Si è liberi solo entro i propri limiti_03

Come dicevo un discorso simile riguarda la plasticità dell’Io e quindi la caratteristica dell’essere umano di poter variare i suoi rapporti con la realtà, sia interna che esterna, sia a livello espressivo che esistenziale. Io chi sono? shapeimage_1Sono una persona ma allo stesso tempo la mia personalità è multiforme, a volte contraddittoria, e il senso di quello che penso, dico, sento e faccio, dipende da tante variabili interne e ambientali. Propongo un ritratto di un molteplice Nietzsche, perché fu proprio lui ad affermare che il soggetto unico è un’invenzione che l’uomo escogita per un fine ben preciso, e cioè potersi sentire sicuro in una vita in preda al divenire. Non accettare la plasticità dell’Io è un sintomo di paura, un bisogno di sicurezza che trova nella rigidità la miglior difesa agli urti. Più si è compatti più si resiste alla frammentazione ma rimanere fissi nel tempo e nello spazio è un illusione, come la possibilità di rendere stabile la propria identità eliminandone le contraddizioni.

Perché alcune foto di noi stessi ci piacciono e altre no?

Perché a volte ci riconosciamo e altre no?

A volte la propria foto o la propria voce registrata ci fa un effetto strano perché non è quella che conosciamo, eppure con la tecnologia di oggi è possibile avere una copia fedele della realtà oggettiva e allora che succede? Forse ci riconosciamo meglio nello specchio ma nello specchio non siamo spontanei. Nelle foto, soprattutto se fatte di sorpresa, siamo spontanei e multiformi: è questo che non ri-conosciamo.

Ma perché non ci piace quella foto?

Cosa dice di me la mia voce quando la riascolto?

Accettare l’evidenza che siamo multiformi e plastici non è facile perché può essere associata ad una sensazione di instabilità, come se ci venisse a mancare la terra sotto i piedi. Che fare allora? Meglio illudersi che siamo sempre con i piedi per terra anche quando sentiremo i nostri piedi inumidirsi.  Poi, quando l’acqua sarà arrivata alla gola, penseremo a possibili soluzioni…

A parte gli scherzi, allenare la nostra plasticità è possibile mettendosi in gioco, gioco inteso sia in senso ludico che fisico, nel senso di “piccolo spazio tra due elementi”. In senso abduttivo, nel bullone è la distanza che permette la possibilità di movimento e quindi cambiamenti di posizione e di stato, e non solo l’aderenza alla ghiera.Bullone

Distanza/aderenza da me, dall’attività e dalla realtà. Accettare il limite è riconoscere questo spazio fra me e la realtà e in questo spazio immaginare differenti possibilità di risposta. Paradossalmente si diviene quindi più liberi se si è limitati e si riconoscono i propri limiti.

Ritornando al nostro caro ITS di Milano, il tempo passa e la realtà cambia e con essa le possibilità d’azione. Mi si offre quindi la possibilità di rintervenire con la classe problematica e quale miglior occasione per mettere in pratica tutte queste elucubrazioni?

Scelgo di realizzare il mio intervento utilizzando la tecnica dell’autoritratto attraverso il collage e i risultati sono interessantissimi. La consegna è stata quella di rappresentarsi come studenti, raffigurare la propria immagine quando sono a scuola.

Autoritratti RizzoliL’autoritratto rappresenta l’immagine che si vuole dare di se stessi al mondo. Dall’anailisi delle griglie di riflessione che hanno compilato gli studenti dopo aver realizzato il ritratto e dai lavori individuali che sono riuscito a realizzare in classe, i risultati sembrano evidenziare che:

  • La maggior parte di loro non fa alcun riferimento al contesto scuolastico propriamente detto. L’immagine che vogliono dare quando vengono a scuola è quella di essere delle persone esteticamente belle, apparire. Il risultato è comprensibile se si pensa che l’adolescenza è l’età i cui temi centrali sono quelli dell’identità e della differenza, del senso di appartenenza e accettazione sociale.

  • Al secondo posto ci sono quelli che si sono attenuti alla consegna, dando risposte che riguardavano il loro essere a scuola, sia nel “bene” che nel “male”. Ci sono riferimenti ai loro interessi professionali (grafica, tecnologia) e alle loro attenzione (sonno, stanchezza, voglia di non esserci).

  • Al terzo posto ci sono quelli che solo rappresentano i loro stati emotivi. In questo caso per la maggior parte di loro l’importante è stare bene, essere felici e allegri, poi ce n’è qualcuno che si mostra triste. Anche in questo caso il gruppo non fa alcun riferimento al contesto scuolastico.

  • Al quarto ci sono quelli che hanno fatto riferimento ad attività di loro gradimento. Anche qui la scuola è assente e l’importanza è legata all’apparire mediante il fare. Si mostrano agli altri per quello che fanno.

  • Al quinto posto c’è chi ha cercato di non descriversi, anche se, per dirla con le parole di Watzlawick, è impossibile non comunicare. Il messaggio quindi è stato quello del disagio rispetto all’apparire o per bassa autostima o per depressione.

  • All’ultimo c’è chi ha cercato di nascondersi intenzionalmente dietro una maschera, prendendosi gioco del compito. Anche in questo caso il messaggio è arrivato e il collage, grazie alla sua caratteristica di impedire il totale controllo espressivo di chi lo fa, ha fornito comunque elementi molto personali  dell’autore.

Al di là delle classificazioni possibili l’obiettivo dell’attività era rappresentarsi per prendere coscienza di alcuni dei limiti che proponiamo quando ci presentiamo pubblicamente in un determinato contesto. Il lavoro successivo è stato quello di vedere se questo “essere al mondo” risultava adatto all’ambiente scolastico e/o centrato sui propri interessi personali.

Prendendo in prestito un concetto dall’ergonomia, il senso ultimo del mio intervento a scuola è stato:

LA QUALITÀ ERGONOMICA NON É UN ATTRIBUTO DELL’OGGETTO, MA É UN ATTRIBUTO DELL’USO DELL’OGGETTO IN UN DETERMINATO AMBIENTE.

modulorDetto in senso abduttivo, la qualità di ciò che fa una persona non è un attributo dell’azione in sé ma è un attributo dell’uso che il soggetto fa di quell’azione in un determinato ambiente. Portando il concetto all’estremo direi che un’azione non è mai giusta o sbagliata, ma è efficace o inefficace in relazione all’obiettivo che ci si pone.

Se l’obiettivo è chiaro, l’importante è imparare a leggere le reazioni e poi variare il proprio comportamento.

La domanda strumentale è sapere dagli studenti perché vengono a scuola e da li capire se il loro comportamento è efficace, se la scuola è il posto più appropriato e soprattutto se sono veramente sicuri di perseguire l’obiettivo che si sono dati.

La domanda cruciale sapere dagli studenti se sentono che se vale la pena cambiare punto di vista rispetto a se stessi, cosa fanno e dove sono.

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Informazioni su marhhaba

Sono uno psicologo, gestaltista e art counselor, mi occupo principalmente di formazione, sviluppo e comunicazione personale, di gruppo e collettiva, attraverso i metodi della psicologia umanista e dell'educazione attiva. Il mio lavoro è intimo, intermittente e internazionale e ha come obiettivo principale far dialogare le relazioni di tipo mentale, con quelle emotive e fisiche che de-finiscono il nostro essere al mondo. Il risultato è riuscire a ri-vedere le cose in maniera più utile e autentica, e quindi sana. Soy un psicólogo, gestaltista y consultor expresivo. Me ocupo principalmente de formación, desarrollo y comunicación personal, grupal y colectiva, a través de los métodos de la psicología humanista y de la educación activa. Mi trabajo es íntimo, intermitente e internacional y tiene como principal objetivo crear relaciones de diálogo entre lo mental, lo emocional y el corporal, triangulación que de-fine nuestro ser en el mundo. El resultado es la posibilidad de volver a ver las cosas de una manera más útil y auténtica, y por lo tanto saludable. Je suis un psychologue, gestaltiste et conseiller expressif, je m'occupe principalement de la formation, du développement et de la communication personnelle, de groupe et collective, à travers des méthodes de la psychologie et de la éducation active. Mon travail est intime, intermittente et international et a pour objectif principal de créer des relations de dialogue entre le mental, l'émotionnel et le physique, éléments qui de-finissent notre être dans le monde. Le résultat est d'être en mesure de re-voir les choses d'une manière plus utile et authentique, et donc saine.
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