Intercalare

Intercalari

Questo articolo nasce da un “eccetera, eccetera” che ultimamente ascolto di frequente, insieme alla sua variante “per questo, questo e quest’altro”. Si tratta, evidentemente, di un intercalare, ossia dell’inserimento frequente di un vocabolo, in una conversazione, anche in modo inopportuno.

L’etimologia del termine è latina e indicava il giorno che si soleva aggiungere al cal-endario ogni quadriennio, prima delle cal-ende di Marzo,  per far corrispondere l’anno civile con l’anno solare.

L’intercalare è, quindi, un’espressione, un modo di dire, che si frammette, si frappone, si interporne, consapevolmente o no, in una situazione, per vezzo o per vizio.

Una breve esempio di linguistica comparativa sul termine intercalare credo sia illuminante:

  • In spagnolo, questo modo di fare si dice avere delle “muletillas”, ossia delle stampelle.
  • In francese, l’intercalare è un “tic de langage”, ossia un movimento stereotipato, senza uno scopo preciso, che l’individuo compie senza averne il controllo, ma anche un “mot de remplissage”.
  • In inglese, è un “filler”, qualcosa aggiunto per aumentare il peso o le dimensioni o di riempire lo spazio, un po come il “mot de remplissage” francese.

Nel caso delle “muletillas” questi appoggi verbali, possono essere visti come delle risorse orali, più o meno automatiche, che si utilizzano per superare difficoltà di sintassi o blocchi mentali.

Nel caso del “tic” francese, il movimento è involontario e viene associato a un qualcosa di nervoso e di indefinito, ma non di indefinibile, che quindi potrebbe avere una spiegazione.

Con il “filler” arriviamo all’aggiunta dell’elemento volontario nel significato anglofono di stucco e di trucco, variando le caratteristiche fisiche di un oggetto.

Questa aggiunta semi-intenzionale sembra avere due scopi principali, guadagnare tempo, ritrovare la concentrazione e migliorare l’esposizione, e ostentare una determinata immagine di sè, utilizzando parole alla moda che conferiscono uno status particolare. FuncCorp1In questo caso famoso è il “cioè” degli anni 70, intercalare che permetteva di immedesimarsi e far parte di un gruppo di appartenenza.

Quello che ha colpito la mia curiosità sono, invece, gli aspetti non intenzionali dell’intercalare. Mi insospettisce la sua irresistibile involontarietà, il suo essere interferenza. Riprendendo l’esempio di cui sopra, l’abbreviazione “eccetera”, dal latino “et cetera” ossia le cose che rimangono, si utilizza alla fine di un’enumerazione per evitare di indicare tutti gli altri elementi dell’elenco, che vengono dunque dati come presupposti o desumibili da altre fonti. Ma se ad esempio parlassimo di un argomento finito, come del numero di facce che ha un dado cubico, non avrebbe senso aggiungere, all’affermazione “è un dado ha sei facce”, l’intercalare “ecc, ecc”. Quando ciò si verifica la mia tentazione è quella di esclamare: “…ma ecc, ecc cosa? Ha sei facce e basta!”. Ora, volendo trovare un’alternativa per dar sfogo al mio turbamento, mi ritrovo a parlarne con voi.

Magari vi è capitato con chi dice sempre “sinceramente”. Perché lo dice? Cosa vuole dire, che tutte le altre volte sta mentendo? Ora che ci penso, ho conosciuto una persona doppiogiochista che ricorreva spesso a questo intercalare…

Oppure vi sarà capitato con quelli che dicono “praticamente”.  Cosa significa che tutte le altre volte parlano solo in teoria? Poi ci sono quelli che dicono “tipo”. Com’è possibile che non centrino mia la cosa, è possibile che dicano sempre una cosa simile, una “cosa tipo”, e mai quella “cosa esatta”?

Ma forse il problema è mio, anzi sicuramente…

Comunque sia, cercando di risolverlo, non posso fare a meno di pormi questa domanda: al di là dell’utilizzo pertinente, in senso oratorio o gregario, perché si ricorre agli intercalari senza senso? Qual’è il loro significato adattivo? Di quali messaggi si fanno portatrici tali interferenze?

Io credo che, alla stregua di ciò che ipotizzava Freud per i lapsus e i motti di spirito, gli intercalari sono fenomeni, più o meno automatici, che possono costituire una valvola di sfogo per la liberazione di cariche emotive represse nell’inconscio.

Utilizzare “ecc, ecc” può effettivamente essere  utile per tagliare corto, per abbreviare un lunga lista di parole e arrivare dritti al concetto, ma, quando non è necessario, confonde la conversazione e allontana l’interlocutore dall’oggetto di interesse. Ma allora, perché dire “ecc, ecc” se non serve? Verso dove si vuole orientare l’attenzione di chi ascolta? Perché quell’aggiunta? Cosa o chi non è sufficiente? Forse è troppo semplice definire una cosa con due aggettivi? E’ troppo povero? Bisogna arricchire o dare l’idea che dietro ci sia molto di più. Non sarà forse il soggetto che parla a sentirsi semplice e povero, e per questo aggiunge peso, per farsi vedere, perché forse le cose che dice potrebbero sembrare di poco valore e quindi lui stesso potrebbe sentirsi una persona di poco valore?

Non so, forse sto parlando del sesso degli angeli, ma credo che questo aggiungere peso, colmare un vuoto, barare sulla bilancia, potrebbe essere una mistificazione adattiva, un istinto di sopravvivenza, un volersi proteggere rispetto alla valutazione negativa dell’altro…

Qui arriviamo al punto, e qui riparto da me.

.

freuddixit2Le mie considerazioni nascono sempre da ciò che sento, conosco e ho vissuto in prima persona. Oltre ad avere anch’io ho i miei intercalari, anch’io spesso non mi sento all’altezza, anch’io ricorro a scorciatoie, trucchi e mistificazioni della realtà. “Questo, questo e quest’altro” mi ha turbato tanto, non solo perché lo sento spesso, ma anche perché, in qualche modo, parla di me. Spesso ciò che sento e mi disturba mi appartiene. La maggior parte delle volte che una persona mi da fastidio, per non dire tutte, il problema è mio, perché potrei non farci caso, non dargli attenzione. Se l’attenzione c’è vuol dire che il mio sistema adattivo è in allarme. Come dire, se una cosa mi manca allora significa che ce l’ho, ne ho la mancanza e quindi non riesco a separarmene.

.

RotelleAnche a me piace usare scorciatoie, dicevo, utilizzare degli aiuti, delle stampelle ma con le stampelle non si cammina bene, si zoppica e con le scorciatoie perdo buona parte del viaggio, e a volte mi perdo nel vero senso del termine. La stampella, non è neanche un qualcosa che è sempre di aiuto, a volte, è sconsigliata come strumento di riabilitazione fisica, è un qualcosa da cui sarebbe bene emanciparsi, per concentrarsi su altri tipi di terapia o per iniziare a camminare, visto che si può. Togliere le rotelle, quando è il momento giusto, è un fatto di fiducia in sé stessi, e, se si è in un ambiente protetto, vale sempre la pena provare.

.

Ripartire da me significa anche dare l’esempio, quindi parlatemi dei miei intercalari, sicuramente non me ne accorgo, io vi parlerò dei vostri.

A livello individuale, per chi fosse interesato ad approfondire questo tema, propongo di registrare la propria voce, o riprendersi in video mentre si parla, possibilmente in presenza di un interlocutore. Per darsi la possibilità di poter capire cosa si nasconde dietro tali parole, o gesti (esistono intercalari non verbali?), io partirei dalla comunicazione non verbale, analizzando il livello paralinguistico (tono, frequenza, ritmo e pause), quello cinesico (occupazione dello spazio e prossemica), e quello aptico (tipi di contatto fisico con l’altro).

Concretamente mi domanderei: qual’era la postura del proprio corpo (per chi scegli di registrarsi) in quel momento? Chi avevo di fronte? Quando lo facevo con maggior frequenza? Dove stavo guardando mentre utilizzavo l’ennesimo “intercalare”? Qual’era la tonalità, il ritmo?

Passerei, poi, al livello emotivo, risalendo al proprio stato emozionale. Che emozione provo ora? Che emozione provavo in quel momento?  Cosa sarebbe successo se non avessi utilizzato l’intercalare o se lo avessi sostituito con una pausa?

L’ultima fase, riguarderebbe gli aspetti verbali della comunicazione e quindi il livello cognitivo. A cosa ti fa pensare l’intercalare? Se lo utilizzassi per qualche motivo, che motivo sarebbe?

Qui di seguito riporto un elenco, trovato in rete, con alcune possibili interpretazioni cognitive, forse ritroverete qualcosa di familiare. Non mi piacciono molto i diagnostici ma non vi nascondo la mia compiacenza nel trovare una conferma delle mie ipotesi al numero 7!!!

A ciascuno il suo 😉

.

  1. Non è vero? – Denota insicurezza e si usa per assicurarsi del consenso.
  2. All’incirca – Esitazione, timore di fare affermazioni imprecise.
  3. Ovverosia, ovvero detto, ovvero – Timore di non essere capiti o fraintesi.
  4. Piaccia o non piaccia – Aggressività, sfida a un uditorio che si ritiene ostile.
  5. In un certo senso, in certo qual modo – Attenuazione per timore di scontentare un uditore difficile che non condivide i nostro pensiero.
  6. Sostanzialmente, praticamente, essenzialmente, naturalmente – Insieme ad altre espressioni non aggiungono niente al discorso per cui nascondono una forma di esitazione, difficoltà nell’esprimersi e servono per prendere tempo, riposare la mente, o acuire la concentrazione perduta.
  7. E così via, e via dicendo, e compagnia bella, e compagnia a briscola, eccetera eccetera (questo, questo e quest’altro) – Inclinazione a bluffare, mostrando d’avere argomenti e prove in numero tale che non vale la pena esprimerli.
  8. Morale della favola – Desiderio di presentare la verità conclusiva come indiscutibile, cercando di presentarla come evidente e impedire ogni obiezione.
  9. Per farla breve (corta), in poche parole – Paura di perdere l’attenzione di chi ascolta, avvertendo un sintomo di fastidio nell’uditorio e al tempo stesso desiderio di esternare a lungo un argomento ritenuto interessante.
  10. Qui lo dico e qui lo nego, so io quello che dico, chi sa mi capisce, noi c’intendiamo – Ripreso dai venditori di mercato indica che colui che parla, per stupire l’uditorio, sta dicendo qualcosa di difficilmente credibile e ha bisogno di una certa intelligenza per essere compreso, in quanto si tratta di cose di cui non si può parlare apertamente.
  11. Va bene? Ok? Non è vero? – Intercalare fitto e quasi ossessivo di conio recente, in passato prossimo proprio di giovanissimi, ora esteso a varie età. Manifesta insicurezza nel proprio apparato mentale, conoscitivo, espressivo per cui tende a salvare via via come verità le parti successive del discorso, estorcendo il consenso dell’uditorio quasi frase per frase. L’espressione americana, in particolare, ha un tono più aggressivo di chi finge di disporre d’un retroterra linguistico, culturale, scientifico moderno e aggiornato.
  12. Non c’è problema – Il problema c’è, ma nell’insicurezza psicologica.
  13. Dico io, io domando e dico, siamo seri – Assunzione di una posizione di superiorità rispetto all’uditorio, atteggiamento da tecnico, da esperto, da uomo che si abbassa a parlare con chi non ha le sue qualità o conoscenze.
  14. Giustappunto – Difficoltà nel trovare nella propria argomentazione una sequenza logica necessaria e timore che le proprie affermazioni siano enunciate senza una concatenazione soddisfacente, per cui la parola sottolinea continuamente il calzare dell’affermazione con quanto precede.
  15. Diciamo – Preoccupazione continua di non trovare consenso, per affermazioni non condivise o azzardate e quindi tendenza costante a coinvolgere chi ascolta nell’enunciare la verità asserita.
Annunci

Informazioni su marhhaba

Sono uno psicologo, gestaltista e art counselor, mi occupo principalmente di formazione, sviluppo e comunicazione personale, di gruppo e collettiva, attraverso i metodi della psicologia umanista e dell'educazione attiva. Il mio lavoro è intimo, intermittente e internazionale e ha come obiettivo principale far dialogare le relazioni di tipo mentale, con quelle emotive e fisiche che de-finiscono il nostro essere al mondo. Il risultato è riuscire a ri-vedere le cose in maniera più utile e autentica, e quindi sana. Soy un psicólogo, gestaltista y consultor expresivo. Me ocupo principalmente de formación, desarrollo y comunicación personal, grupal y colectiva, a través de los métodos de la psicología humanista y de la educación activa. Mi trabajo es íntimo, intermitente e internacional y tiene como principal objetivo crear relaciones de diálogo entre lo mental, lo emocional y el corporal, triangulación que de-fine nuestro ser en el mundo. El resultado es la posibilidad de volver a ver las cosas de una manera más útil y auténtica, y por lo tanto saludable. Je suis un psychologue, gestaltiste et conseiller expressif, je m'occupe principalement de la formation, du développement et de la communication personnelle, de groupe et collective, à travers des méthodes de la psychologie et de la éducation active. Mon travail est intime, intermittente et international et a pour objectif principal de créer des relations de dialogue entre le mental, l'émotionnel et le physique, éléments qui de-finissent notre être dans le monde. Le résultat est d'être en mesure de re-voir les choses d'une manière plus utile et authentique, et donc saine.
Questa voce è stata pubblicata in Carnets de voyage e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Intercalare

  1. leo ha detto:

    condivido l articolo..cioe’..tipo..beh si..ovvero,,per farla breve..cioe’..tipo..si. perche interessante,gradevole eetc..etc. etc..capito no?vero? e detto questo…dopo di che..Dico io, io domando e dico, …giustappunto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...