Storia dell’Ontologia del Linguaggio – I

Come dicevo nell’articolo precedente, l’assunto principale dell’Ontologia del Linguaggio è che il linguaggio, nella sua essenza, non è solo uno strumento descrittivo di una realtà ma ne è anche un mezzo generativo. Parlare, o scrivere, è quindi anche creare. In questo senso l’ontologia non è soltanto un discorso sull’essere (dal greco antico, òntos = essere, e lògos = discorso o studio) ma un vero e proprio atto che ha delle conseguenze, il linguaggio genera azione, la parola movimento.

Le connessioni tra pensiero, linguaggio e realtà sono state oggetto d’indagine fin da Aristotele, ma troviamo pochi autori nella storia della filosofia che si sono occupati di tradurre le ricerche in metodologie empiriche capaci di offrire dei risultati applicabili alla vita di tutti i giorni.Linguaggio, azione, Uomo

All’interno della linguistica, la pragmatica è la disciplina che si occupa dell’uso della lingua come azione reale e concreta. Non si occupa, quindi, della lingua intesa come sistema di segni, ma osserva come e per quali scopi la lingua viene utilizzata, in che misura soddisfi esigenze e scopi comunicativi e come i fattori sociali, ambientali e psicologici (detti extra-linguistici) influiscano sull’interpretazione dei significati. Si contrappone quindi alla semantica che per definizione studia il significato delle parole, concentrandosi sulle condizioni di verità indipendentemente dal contesto o dalla persona.

La semantica sta alla pragmatica come la psicanalisi sta alla psicologia umanista, perché l’una si rifà all’interpretazione del significato delle cose e l’altra alla fenomenologia, dove il significato delle cose corrisponde all’uso che se ne fa (Wittgenstein). Tale abduzione sembrerebbe particolarmente azzeccata anche perché rispecchia un’altra differenza esistente fra i due approcci, ossia l’ortodossia del metodo contrapposta alla grande diversità di approcci e riferimenti difficilmente riconducibili ad un minimo comune denominatore.

Qui di seguito ne citerò alcuni fra i primi, promettendo di presentare i più recenti nel prossimo articolo.

Fenomenologia 01

Thomas Reid (Strachan, 26 aprile 1710 – Glasgow, 7 ottobre 1796) è stato un filosofo scozzese che, approfondendo l’origine dell’ontologia sociale, aveva riconosciuto la specificità de gli atti sociali, contrapponendoli agli atti individuali (per esempio, al giudizio). Secondo tali teorie, la realtà sociale inizia con un’accordo reale che interviene tra due persone, e non come una solidificazione di uno spirito.

Edmund Husserl (Prostějov, 8 aprile 1859 – Friburgo in Brisgovia, 26 aprile 1938), filosofo e matematico austriaco, fondatore della fenomenologia, da cui poi nascerà la Gestalt, e membro della Scuola di Brentano, ci parla, invece, di “atti linguisitici“. Nelle sue “Ricerche Logiche” (1901), egli distingue gli atti linguistici in due tipologie:

  • Intenzioni significanti, descrizione del significato dell’oggetto
  • Intenzioni riempienti, espressione della direzione verso l’oggetto

Due suoi allievi, Johannes Daubert, Adolf Reinach, e un collega di quest’ultimo, Alexander Pfänder, svilupparono ulteriormente le ricerche di Husserl, affermando che una promessa, un ordine o una dichiarazione costituiscano di fatto un’azione. Questi “atti” sono dei particolari tipi di oggetti, che non occupano uno spazio (come gli oggetti fisici) e sono soggetti al tempo (diversamente dagli oggetti ideali), visto che una promessa o una legge ha un decorso temporale, nasce, dura e muore. Sono anche reali, in quanto posseggono un essere indipendente dall’eventualità che gli uomini li notino o no. In altri termini, gli atti linguistici, si scoprono e non si inventano, sono reali e non naturali, semmai sociali.

Reinach divise l’atto linguistico in tre livelli sequenziali, dalla sua formulazione sino ai suoi effetti nel contesto extralinguistico, e quindi può avere una:

  • Locuzione (struttura ed enunciato)
  • Illocuzione (obiettivo, intenzione comunicativa)
  • Perlocuzione (effetto dell’atto linguistico sull’interlocutore)

Questa categorizzazioni mi ricorda molto il famossissimo schema della teoria della comunicazione, dei meno noti Claude Shannon e Warren Weaver (1949):

fonte → codifica → canale → decodifica → destinazione

La fonte codifica un messaggio, che diventa un segnale (eventualmente privato di parte o tutta la ridondanza) che viaggia su un canale (che può introdurre rumore) e diventa segnale ricevuto, che va decodificato affinché diventi il messaggio ricevuto in forma comprensibile dal destinatario. La forza illocutoria di un atto linguistico del Mittente non sempre riesce a provocare uno prolocuzione concreta nel Destinatario. Sempre secondo Reinach, affinché un atto linguistico sia efficace si debbono verificare le seguento condizioni:

  • “Condizioni preparatorie” che riguardano le conoscenze, i desideri e le credenze del parlante e del destinatario. Per esempio, una promessa ha come condizione che l’atto riguardi qualcosa di piacevole per il destinatario, un’asserzione che l’atto riguardi qualcosa che il destinatario non sa e si presume che voglia sapere, ecc.
  • “Condizioni di sincerità”, necessarie in quanto l’atto linguistico è legato convenzionalmente al significato ed alle intenzioni del parlante. Una richiesta è sincera se il parlante vuole effettivamente che il destinatario faccia quanto richiesto.
  • “Condizioni essenziali” ovvero specifiche di quel singolo atto. Per esempio, una promessa ha come essenziale che il parlante si assuma un obbligo, un ordine presuppone come essenziale un voler far fare qualcosa a qualcuno, ecc.
  • “Condizioni sociali” che riguardano la posizione sociale di chi compie l’atto e del destinatario. Per esempio, è un giudice in un processo ad assolvere o a condannare, un superiore in un esercito a dare ordini, ecc.

Queste “condizioni di felicità” di un atto linguistico sono necessarie se si vuole un elevato grado di perlucorietà, ossia che per il destinatario riconosca esattamente il significato voluto dal parlante.

Come si dice dalle mie parti: “famo a capisse!”

Alla prossima…

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Informazioni su marhhaba

Sono uno psicologo, gestaltista e art counselor, mi occupo principalmente di formazione, sviluppo e comunicazione personale, di gruppo e collettiva, attraverso i metodi della psicologia umanista e dell'educazione attiva. Il mio lavoro è intimo, intermittente e internazionale e ha come obiettivo principale far dialogare le relazioni di tipo mentale, con quelle emotive e fisiche che de-finiscono il nostro essere al mondo. Il risultato è riuscire a ri-vedere le cose in maniera più utile e autentica, e quindi sana. Soy un psicólogo, gestaltista y consultor expresivo. Me ocupo principalmente de formación, desarrollo y comunicación personal, grupal y colectiva, a través de los métodos de la psicología humanista y de la educación activa. Mi trabajo es íntimo, intermitente e internacional y tiene como principal objetivo crear relaciones de diálogo entre lo mental, lo emocional y el corporal, triangulación que de-fine nuestro ser en el mundo. El resultado es la posibilidad de volver a ver las cosas de una manera más útil y auténtica, y por lo tanto saludable. Je suis un psychologue, gestaltiste et conseiller expressif, je m'occupe principalement de la formation, du développement et de la communication personnelle, de groupe et collective, à travers des méthodes de la psychologie et de la éducation active. Mon travail est intime, intermittente et international et a pour objectif principal de créer des relations de dialogue entre le mental, l'émotionnel et le physique, éléments qui de-finissent notre être dans le monde. Le résultat est d'être en mesure de re-voir les choses d'une manière plus utile et authentique, et donc saine.
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