Storia dell’Ontologia del Linguaggio – II

Come promesso, sulla scia dell’articolo precedente, approfondirò il discorso sulla pragmatica linguistica, ontologica e fenomenologica più recente.

Fenomenologia 02

Nell’articolo precedente avevo parlato di alcuni indicatori di forza illocutoria, ossia degli elementi che mostrerebbero l’intenzione reale o simulata di chi parla. Alcuni esempi concreti nella lingua orale sono l’intonazione della voce, la mimica e la tonalità, mentre nel discorso scritto vengono rappresentati dai segni di interpunzione, dall’ordine delle parole e dai modi dei verbi. Tuttavia la capacità personale di saper trasmettere le proprie intenzioni  rimane un qualcosa che appartiene più allo “sfondo” di capacità, abilità e disposizioni personali che ha una “forma” lessicale..

Nel secolo scorso, un contributo rilevante ci viene offerto da John Langshaw Austin (Lancaster, 26 marzo 1911 – Oxford, 8 febbraio 1960) filosofo e linguista inglese, che formula il concetto di “frase performativa”. Nel suo libro “How to do Things with Words” – “Come fare cose con le parole”, intuì che non c’è una contrapposizione esclusiva tra “dire” e “fare” perché c’è anche la possibilità che ogni dire sia anche un fare. Egli distingue infatti gli enunciati constativi, che secondo la tradizione filosofica dicono qualcosa di vero o falso, e non sono azioni, da quelli performativi, che sembrano descrivere un’azione ma che invece la compiono. Due esempi di espressioni performative sono:

a battezzo“Sí, prendo questa donna come mia legittima consorte!”

O ancora.:

“Battezzo questa nave Queen Elizabeth!”

Queste frasi sono delle semplici azioni nel senso che non “descrivono” o “riferiscono” o “constatano” nulla, anche se potrebbe sembrare. Allo stesso tempo non sono nemmeno “vere” o “false”, e questo è evidente, perché semplicemente riferiscono dell’esecuzione di un qualcosa mentre la si sta facendo.

Qui di seguito propongo altri esempi:a prometto

“Ti prometto che sarò puntuale”

“Le ordino di andarsene!”

“Chiedo scusa per il disturbo”

Attualmente è John Roger Searle (1932, Denver nel Colorado), filosofo statunitense, professore di filosofia all’Università della California e allievo di Austin a Oxford, la figura di riferimento per gli studi sull’intenzionalità illocutoria dell’atto linguistico. Egli distingue gli atti linguisitici in quattro tipologie graduate a seconda della forza illocutoria del messaggio.

  1. L’espressione enunciativa non esprime nessuna intenzione, è il livello più semplice, quello di dire una parola, senza particolare accortezza o intenzione di comunicare un senso (l’esclamazione “ai!” quando ci si scotta).
  2. L’enunciato proposizionale è un’espressione enunciativa che fa riferimento o descrive un oggetto reale o immaginario per condividere un significato con qualcuno (il gatto è marrone).
  3. L’enunciato illocutorio è un’espressione enunciativa proposizionale che però è portatore di un’intenzione di creare un contatto particolare con un ascoltatore (dire “sono stanco” può assumere diversi significati a seconda del contesto, dell’intonazione o di altri fattori, ad esempio se è una risposta alle domande “come stai?” o “vuoi venire al cinema stasera?” o “vuoi fare l’amore?”.
  4. L’enunciato pre-locutorio è  un’espressione enunciativa proposizionale illocutoria che vuole coinvolgere l’altro, provocando un cambiamento nel suo comportamento (mi tieni il gatto quando sono fuori?).

Searle

Searle individua anche varie funzionalità che può assumere l’intenzionalità di un enunciato:

  • Rappresentativa/Assertiva, in cui il locutore formula un enunciato in base alle conoscenze e alle sue credenze (sostenere, comunicare, annunciare).
  • Commissiva in cui il locutore si impegna a effettuare un’azione futura  (promettere, accordare, offrire, minacciare).
  • Espressiva, in cui il locutore esprime il suo orientamento psichico per stabilire e mantenere contatti sociali (ringraziare, salutare, augurare, denunciare).
  • Direttiva in cui il locutore vuole che l’interlocutore compia (o non compia) una certa azione (pregare, ordinare, consigliare).
  • Dichiarativa, in cui il locutore esercita un certo suo potere all’interno di un determinato ambito istituzionale (nominare, rilasciare, battezzare).

Cercando di far atterrare tutte queste classificazioni in un discorso più pratico, Searle ci propone di prendere coscienza, linguistica, fenomenologica e quindi percettiva, di cosa diciamo, ossia se quando parliamo facciamo riferimento a:

  • Fatti (ontologici, che descrivono la realtà percepita), che possono essere veri o falsi;
  • Giudizi (epistemoligici, che interpretano la realtà percepita), che possono essere fondati o infondati, o opinioni (convinzioni in assenza di precisi elementi di certezza), valide o nulle;

Provare ad aumentare la nostra consapevolezza su queste distinzioni, può cambiare le nostre relazioni comunicative, i loro risultati e quindi la realtà stessa delle cose. Non si tratta di preferire i fatti ai giudizi, non c’è una modalità migliore delle altre, si tratta solo di essere più consapevole delle proprie scelte linguistiche. Se si risponde con un fatto vanno semplicemente portate delle prove. Se si risponde con un giudizio va sostenuto personalmente. Altra distinzione riguarda:

  • Le affermazioni, che sono interpretazioni che si conformano al mondo percepito. “La mela è rossa“;
  • Le dichiarazioni, che sono interventi sulla realtà, in cui è il mondo a conformarsi alle parole. “Si” oppure “No”, ma anche “Non sò”, “Grazie” e “Scusa”

Rafael Echevarrìa, incentra la sua teoria degli “atti linguisitici basici”, proprio
Atti Linguisticiapprofondendo gli elementi base che permettono di agire sul mondo attraverso il linguaggio. A prima vista “affermare” e “dichiarare” sembrano sinonimi, o comunque le loro differenze sembrano poco rilevanti. Guardando oltre, direi contestualizzando, la loro influenza sulla realtà delle cose diventa più evidente. Dicendo “accetto”, infatti, non si sta solo affermando la nostra posizione ma anche dichiarando il movimento che tale affermazione potrebbe produrre. Provate a ricordare un episodio della vostra vita in cui avete accettato, dopo averlo fatto probabilmente qualcosa è cambiato…

Potremmo dire che le dichiarazioni hanno a che vedere con i giudizi e a che fare con i fatti, perché spesso li provocano. Una dichiarazione può assumere diverse forme, che l’Ontologia del Linguaggio raggruppa in due categorie:  le offerte e le richieste.

  • Quando io dichiaro io posso offrire qualcosa, nel senso che propongo la mia risposta e, eventualmente, permetto all’altro di accettarla. Con l’offerta, quindi, offriamo noi stessi come possibilità di risposta, ci esponiamo. Se l’offerta viene accettata andrà sostenuta, poi, dall’impegno.
  • Quando io dichiaro io posso chiedere qualcosa, nel senso che esprimo ciò che voglio e, eventualmente, invito l’altro a darmelo. Se la richiesta viene accettata avremo creato quindi una promessa.

Il modo di essere in relazione di ognuno di noi può essere visto come una danza fra il proporre di dare e il chiedere di avere. Ognuno sceglie il quando, il come e il perché delle sue modalità. Il risultato è la messa in scena della propria identità pubblica. Quanto più manteniamo le nostre promesse, i nostri impegni, quanto più generiamo fiducia, e questo aumenta le nostre possibilità di generare nuove azioni e accresce il nostro potere, nel senso buono del termine. Gli impegni  presi servono a generare futuro, coordinare nuove azioni, stabilire nuove relazioni, ma anche semplicemente a mantenerle e migliorarle.

Al contrario, quando si violano i nostri impegni, si perde la fiducia e il potere di coordinare nuove azioni, chiudiamo il futuro e le nostre relazioni si logorano e ne escono danneggiate.
E’ un discorso che la scuola, la famiglia e la politica dovrebbero capire prima ancora che le aziende!

Oramai siamo in piena ontologia del linguaggio…

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Informazioni su marhhaba

Sono uno psicologo, gestaltista e art counselor, mi occupo principalmente di formazione, sviluppo e comunicazione personale, di gruppo e collettiva, attraverso i metodi della psicologia umanista e dell'educazione attiva. Il mio lavoro è intimo, intermittente e internazionale e ha come obiettivo principale far dialogare le relazioni di tipo mentale, con quelle emotive e fisiche che de-finiscono il nostro essere al mondo. Il risultato è riuscire a ri-vedere le cose in maniera più utile e autentica, e quindi sana. Soy un psicólogo, gestaltista y consultor expresivo. Me ocupo principalmente de formación, desarrollo y comunicación personal, grupal y colectiva, a través de los métodos de la psicología humanista y de la educación activa. Mi trabajo es íntimo, intermitente e internacional y tiene como principal objetivo crear relaciones de diálogo entre lo mental, lo emocional y el corporal, triangulación que de-fine nuestro ser en el mundo. El resultado es la posibilidad de volver a ver las cosas de una manera más útil y auténtica, y por lo tanto saludable. Je suis un psychologue, gestaltiste et conseiller expressif, je m'occupe principalement de la formation, du développement et de la communication personnelle, de groupe et collective, à travers des méthodes de la psychologie et de la éducation active. Mon travail est intime, intermittente et international et a pour objectif principal de créer des relations de dialogue entre le mental, l'émotionnel et le physique, éléments qui de-finissent notre être dans le monde. Le résultat est d'être en mesure de re-voir les choses d'une manière plus utile et authentique, et donc saine.
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