Il mio lavoro tra forme e colori – 1

Seguendo il suggerimento di un caro amico ho deciso di aprire un sito web per promuovere e sviluppare la mia professione. Questo articolo è una bozza di quello che sarà e dei contenuti che vorrei utilizzare, una specie di promemoria che decido di pubblicare per avere l’opportunità di poter ricevere qualche commento ed eventualmente correggere il tiro.

Home prodotti servizi

Visto che mi occupo di mezzi di comunicazione e di consulenza espressiva mi sono rimboccato le maniche assumendomi le mie responsabilità e applicando su me stesso i principi e i metodi che utilizzo nel mio lavoro.

Il primo passo è stato definire i SERVIZI. Per farlo ho deciso di validare i contenuti da presentare in rete utilizzando la logica, in particolare il sillogismo e più in particolare ancora l’abduzione. D’altronde il nome di questo Blog non è fortuito e  non lo è stato neanche l’aver inziato spontaneamente in questo modo. Tecnicamente il processo prevede la scelta di una premessa maggiore, certa, di una premessa minore, probabile, e di una conclusione accattivante.

  • Per la premessa maggiore ho utilizzato la verità di ciò che attesta il mio curriculum vitae: titoli formativi, competenze tecniche, esperienzie professionali e interessi personali. Vista la quantità di informazioni ho scelto di estrarne il succo in modo da poterne poi separare gli elementi fondamentali. Ho quindi mescolato il mio essere dottore in psicologia, specializzato in psicologia del lavoro e delle organizzazioni, con il master in gestione delle risorse umane, con l’essere un counselor ad orientamento gestaltico e artcounselor, appassionato di arte, giochi, ontologia del linguaggio, nuove tecnologie e altro ancora. Da questo miscuglio complesso, attraverso una tecnica simile alla cromatografia, ho separato tre aree di intervento: “sviluppo e cambiamento”, “orientamento e sostegno”, “comunicazione e intrattenimento”. Ogni area, a sua volta, risultava composta dall’associazione di due dei tre elementi primari: Counseling, Mediazione artistica e Arte.
  • Per la premessa minore la scelta degli elementi è stata più semplice. Mi è bastato scegliere un tipo di suddivisione delle arti. Tra le tante ho optato per quella della “9e art” del critico francese Claude Beylie (1964), ispirata alle “sette arti” del poeta italiano Ricciotto Canudo (1923), che ho ulteriormente ampliato realizzando il “disco delle 12 arti” .
  • Per la conclusione ho scelto il lavoro sul campo, individuando alcune delle applicazioni pratiche del mio mestiere che possono essere sintetizzate in una tecnica. Questo elenco di “prodotti” pronti per l’uso, pur non esaurendo il ventaglio di servizi possibili, ha il vantaggio di rendere tangibile una parte del lavoro quello che svolgo.

Il risultato di questa prima fase lo vedete qui in basso. E’ una figura complessa, una struttura strutturante, qualcosa di non ancora definitivo ma che mi servirà da guida per le successive fasi di lavoro. Ne sono soddisfatto perché sento di essere riuscito a tagliare il caos che era dentro di me creando delle porzioni ordinate portatrici di senso.

QSA e prodotti

Rivedendola ora, questa specie di ruota ermeneutica, mi viene in mente il calendario girevole di mia nonna, dove girando mese e giorno, si poteva andare avanti all’infinito. Lo dimostra il fatto che è ancora li, a casa di mio fratello. Forse è proprio questo il sillogismo nascosto, rendere universale ciò che immediatamente è particolare. Provo ad enunciarlo:

  • La mia professione prevede l’utilizzo di competenze psicologiche e di espressività estetica.
  • Tutte le arti sono delle modalità di espressione psicologica ed estetica.
  • La mia professione può potenzialmente affiancarsi a qualsiasi forma d’arte.

La conclusione di questo sillogismo è un’affermazione che potrebbe sembrare banale ma che in realtà è portatrice di un grande potere. Mi rende più sicuro nel propormi al pubblico perché riesce a fondamentare e a descrivere ciò che propongo. Arrivare a definirlo, in questo senso, è stato un lavoro fondamentale, almeno per me.

Nella fase successiva sono andato alla ricerca degli obiettivi dei SERVIZI, utilizzando tutti gli elementi della premessa maggiore, ossia quelli contenuti all’interno del poliedro irregolare . Il risultato è questa tabella a doppia entrata che individua nove obiettivi, o motivazioni di base, per cui sarebbe opportuno rivolgersi a me. Servizi Web

In questo caso, oltre ad essere molto soddisfatto del risultato raggiunto, credo di aver estrapolato delle informazioni molto utili anche per il mio pubblico. Da un lato questo schema, aggiunto agli altri, contibuisce a definire una tassonomia sulla quale intervenire per aggiornare il sito, togliendo e aggiungendo contenuti in maniera ordinata. Dall’altro, l’aver individuato le nove motivazioni di base aumenta l’usabilità dell’intefaccia rendendola accessibile anche ai non addetti ai lavori. Infine, un altro aspetto interessante di questo lavoro è che credo di aver creato una nuova palette di nove colori. Quella corretta non è quella presente nell’immagine, l’ho custodita in un posto segreto…. Non ne sono sicuro, ma non ho trovato nessun esempio in rete di unione fra colori primari di una mescolanza sottrattiva. Io ho utilizzato il modello RYB, derivato dal modello CMYK, chi di voi ne sapesse di più farebbe cosa gradita se mi ragguagliasse.

L’ultima fase di lavoro, di questo primo ciclo, è stata quella di “concept“. La concettualizzazione delle linee guida è un processo attraverso cui definire gli elementi fondamentali di un progetto, da utilizzarsi poi nella fase esecutiva. Eccone alcuni:

  • Percetto: vorrei presentarmi attraverso un qualcosa che trasmetta l’idea di un oggetto percettivo completo, in senso olisitico, al cui interno l’osservatore possa entrare facilmente in contatto con tre luoghi visivi fondamentali: il testo, i colori e le forme. L’obiettivo è offrire una presentazione della mia professione che stimoli elementi fondamentali: la comprensione, l’emozione e il corpo.
  • Colori e forme: vorrei che le immagini avessero forme e colori semplici, in modo da arrivare direttamente all’osservatore, senza sforzi percettivi. La percezione visiva arriva al cervello nella sua globalità, essendo generata dall’assorbimento delle radiazioni elettromagnetiche di quelle lunghezze d’onda e intensità che costituiscono lo spettro visibile umano. Tuttavia nella corteccia visiva il segnale viene elaborato negli strati V1, V2, V3, V4, e V5, permettendo al segnale di essere codificato attraverso il riconoscimento dei colori e della grandezza, l’orientamento, la  lunghezza  e la collocazione spaziale di punti, linee e forme geometriche semplici. In questo la Psicologia della Gestalt mi sarà di aiuto.
  • Audio video: vorrei utilizzare l’audio e il video con parsimonia. L’immagine statica semplice serve per far reagire l’osservatore e invitarlo ad agire il sito. L’immagine dinamica e sonora, potrebbe giungere in un secondo momento e solo come risposta ad un’azione di chi navigherà in quello spazio/tempo.

Finisce qui la prima parte di work in progress del sito. Il lavoro successivo riguarderà la definizione dei PRODOTTI.

Spero che la lettura sia stata scorrevole, vi confesso che non è stato facile ma ne è valsa la pena. Ho una particolare predilezzione per tutto ciò che riesce ad aggregare idee caotiche intorno ad un attrattore strano, forse perchè in parte mi ci sento…

Come sempre i vostri commenti saranno molto graditi e utili!

Alla prossima…

 

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L’ascolto, un atto linguistico.

satori

Ben ritrovati, e ritrovate, dopo il travagliato articolo precente: faticoso da scrivere, e forse anche da leggere, e intriso di una forte volontà creativa. Non so se il parto è avvenuto, normalmente l’esperienza intuitiva si manifesta come un lampo di consapevolezza improvvisa. Che abbiate o meno sperimentato il Satori sul concetto di ascolto, non vi preoccupate, in questo articolo cercherò di provocarlo di nuovo, attraverso alcuni dei principi generali dell’Ontologia del Linguaggio.

ASCOLTARE E’ INTERPRETARE

orecchio_esternoAscoltare non è solo udire, non è solo una questione di orecchio. Oltre all’azione percettiva dell’udito, tutti i sensi partecipano durante l’atto di ascoltare, anche il sesto senso. La vista è il senso che maggiormente associamo all’ascolto perchè è il canale più cognitivo dei cinque. Fissando la nostra attenzione sulla fisicità di chi parla otteniamo informazioni importanti ma non sufficienti. Anche gli altri sensi sono fondamentali nell’analisi della comunicazione non verbale, perché ascoltare è una sinestesia che ci permette di interpretare la realtà. L’interpretazione non è mai sbagliata, anzi, è il cuore di chi ascolta. Potrebbe sembrare provocatorio ma quando non c’è interpretazione non c’è ascolto. Non parlo di giudicare ma di riconoscere il valore che ha l’interpretazione nell’ascolto, la sua natura attiva e i suoi limiti. Come va con il Satori?

L’ASCOLTO NON E’ MAI GIUSTO O SBAGLAITO

stethoscope-psd60209Il nostro ascolto è spontaneo, non è guidato dalle nostre intenzioni, non lo produciamo: semplicemente accade. E’ vero che possiamo affinare i nostri sensi e cercare di orientare la nostra attenzione, ma ciò che ascoltiamo corrisponderà comunque al tipo di ascoltatore che siamo. Ogni sforzo di voler sentire una cosa in un determianto modo risulta intimamente vano. Come nel caso delle emozioni, la reazione automatica che abbiamo rispetto ad una percezione, è un  qualcosa che esce senza controllo, e-move, scaturisce, e per questo non è mai giusta o sbagliata. Quello che può essere giusto o sbagliato è ciò che scaturisce dalla razionalizzazione di quello stato di eccitazione.

L’ASCOLTO CONVALIDA LA PAROLA

FearlessUn discorso sarà efficace solo se produrrà, nell’altro, l’ascolto che l’oratore sperava. Parliamo per essere ascoltati, questo è lo scopo delle nostre conversazioni. Se ciò che ho detto non è compreso, o viene frainteso, il dialogo perde la sua funzione di “parola fra le parti”. Il non sentirsi ascoltati, infatti, ci allontana dall’altro, mette in discussione la nostra dignità e il senso che attribuiamo alle cose, ferisce l’autostima. Prima di rimettere in discussione l’oratore, l’uditore o il tema, varrebbe la pena provare semplicemente ad ascoltare meglio, provando ad utilizzare gli atti linguistici in un modo diverso. Il problema, anche quando parliamo, è che non sappiamo ascoltare e farci ascoltare.

INTERPRETARE E’ RACCONTARSI UNA STORIA

azienda-400x432Il processo interpretativo è strettamente collegato alla natura storica e narrativa degli esseri umani. Ogni interpretazione viene eseguita a partire da un passato, secondo una modalità storico-culturale di dare senso alle cose. Come abbiamo visto in precedenza, gli elementi della storia, dipendono dalla nostra attenzione selettiva, fatta di limiti percettivi, emotivi e congnitivi. Istinti, esperienze, presupposti, opinioni e metodi di valutazione fanno sì che ogni tentativo di dare senso a ciò che percepiamo nasca da un pre-giudizio. Avere pregiudizi non è sbagliato, perchè è automatico. Prevenire è un modo addattivo, innato e acquisito, per dare un significato immediato a quello che accade.  Non possiamo liberarci di queste scorciatoie mentali, di questi plot banali, perchè a volte sono efficaci.  Questo non significa che dobbiamo essere schiavi di storie già scritte, ma è importante ascoltarle, affrontarle e imparare a lasciarle andare: solo così potremmo librarcene o, eventualmente, ripescarle. Prepararsi al dialogo liberando l’ascolto assomiglia molto all’indifferenza creativa di Perls, uno stato di sospensione del giudizio che apre le porte alla capacità di auto-trasformazione presente nell’ascolto. Questa possibilità di cambiare noi stessi cambiando la storia narrata è accessibile solo cercando di rimanere nel flusso, accettando quello che c’è, senza colpevolizzare nessuno per quel che succede. In questo modo, da pubblico, si diviene autori e attori di ciò che ascoltiamo.

L’ASCOLTO GENERA ESSERE

femCon l’ascolto costruiamo le nostre relazioni personali, interpretiamo la vita, ci proiettiamo nel futuro e definiamo la nostra capacità di apprendere e di cambiare il mondo. Il fatto che non si possa correggere ciò che ascoltiamo non vuol dire essere in balìa degli eventi. Non è il “cosa” ascoltiamo che ci definisce ma il “come” ascoltiamo. Utilizzare l’ascolto significa essere pronti a cambiare il proprio modo di essere ascoltatore. L’ascolto appartiene alle persone che cercano di organizzare la propria vita partendo dalle domande e non dalle risposte. L’ascolto è interrogarsi sull’aspetto semantico di ciò che viene udito, sulle motivazioni di chi parla e sul modo di essere della persona che parla, cercando di cogliere la sua struttura di coerenza, il suo “bene” anche se diverso dal mio. Passare per questi tre livelli significa aprire la porta alla diversità dell’altro ed esporci al suo potere trasformativo afferrando, intuitivamente, che l’essere è il divenire e il divenire è l’essere.

Anche per oggi, l’articolo termina qui. Ce l’ho messa tutta per provocare un Satori…  Spero che le mie considerazioni ovvie non siano state banali e che abbiate aggiunto qualche nuova distinzione al vostro repertorio, ritrovandovi in queste evidenze. In caso contrario sono curioso di sapere come ciò arricchiva già la vostra vita e come l’ha trasformata.

Io sono in ascolto, ora non spingo il fiume, fluisco con lui.

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A poco più di un anno di distanza dalla prima parte di questo articolo, mi riallaccio al tema per approfondire ulteriormente il discorso su questa particolare strategia di empowerement personale. Il contesto è quello degli “atti linguisitici” e quindi del linguaggio come modalità di agire sul mondo. Tuttavia questa volta non vi parlerò del potere della parola, argomento già affrontato nell’articolo sulla Storia dell’Ontologia del Linguaggio, ma di quello dell’ascolto.Matisse-la danza

L’ascolto è l’elemento fondamentale di cui prendere coscienza se si vuol essere in grado di sperimentare una danza armoniosa fra il proporre di dare e il chiedere di avere.

Nel famoso modello di Roman Jakobson (1896–1982), linguista statunitense di origine russa, qualsiasi forma di comunicazione può essere rappresentata attraverso l’uso di sei elementi essenziali: mittente (o emittente), destinatario (o ricevente), messaggio (o contenuto), referente (o oggetto), canale (o mezzo) e codice (o linguaggio).Mitt dest

Secondo tale modello, l’atto comunicativo si conclude con la ricezione del messaggio da parte del destinatario. L’attenzione principale, dei due protagonisti della relazione, riguarda la codifica e la decodifica del messaggio, del suo codice, del referente e via dicendo. Tutto ciò sembra ovvio, infatti, se spedisco una lettera e questa non arriva a destinazione l’atto comunicativo non si è compiuto.

Il realtà tanta chiarezza può abbagliare, impedendoci di vedere meglio alcuni dettagli. Rammento ai pià che la realtà può essere solo rappresentata e mai esperita in quanto tale. Ogni modello del reale privilegia alcuni aspetti omettendone altri. Quello di Jakobson, ad esempio, sottintende che l’ascolto sia qualcosa di secondario, di passivo, rispetto alla parola, che merita tutta la nostra attenzione. Anche l’unidirezionalità della freccia blu, visibile nelo schema, è un elemento grafico che conferma tale giudizio.

analfabetismo-300x277Porre l’attenzione sull’ascolto non è evidente nella nostra cultura dove, generalmente, si pensa che il ruolo più attivo nella comunicazione sia di colui che parla o scrive. Pensando ad un oratore, la sua capacità di farsi capire, di essere incisivo, il suo acume, diviene direttamente proporzionale alla sua maestria nell’uso del linguaggio. Nel caso opposto, quello di un analfabeta, risulta più evidente riconoscerlo per la sua incapacità ad esprimersi piuttosto che ad ascoltare; analfabeta è chi non sa parlare mentre chi non sa comprendere è semplicemente un ottuso: l’ignorante non sa spiegare e lo stolto non sa comprendere.

L’esempio dell’analfabeta, oltre a servirmi per introdurre dei termini a me particolarmente cari, come “acuto”, “evidente”, “ovvio”, “ottuso” e “stolto”, credo metta bene in evidenza la rigidità dell’assioma sull’importanza della parlato rispetto all’ascoltato. Quella che voglio presentarvi oggi, infatti, è un altro punto di partenza, una dimensione fondamentale nella comunicazione: il concetto di ascolto proposto dall’Ontologia del Linguaggio.

E’ l’ascolto ciò che dà senso a quello che diciamo, non la parola.

Questo vero e proprio cambio paradigmatico assegna all’ascolto il ruolo di forza motrice dell’intero processo comunicativo, invertendo la freccia di cui sopra. La Psicologia Umanistica già da tempo aveva introdotto il concetto di “ascolto attivo” sia nel campo della psicoterapia che della risoluzione dei conflitti e della cura più in generale. Carl Rogers, fra gli altri, ha evidenziato tutta una serie di comportamenti e atteggiamenti che preparano il destinatario ad ascoltare e a concentrarsi meglio su chi parla, per poi fornire delle risposte adeguate (feedback). Integrare a tale distinzione il cambio di prospettiva proposto dall’Ontologia del Linguaggio è stato per me una vera esperienza Satori. Mi sono sentito come quell’essere bidimensionale che per la prima volta riusciva ad avere una vaga idea di ciò che è tridimensionale, così come viene magistralmente descritto nel fantastico libretto di Flatlandia. Riprendendo quei termini a me cari, direi che ho notato un’evidenza che per me non era ovvia, o, per dirla alla Roland Barthes, ho aggiunto quell’ottusità all’acutezza di ciò che sapevo prima e tutto è divenuto più lineare. Geometria_piana_11036373572_640

Restando terreni, qui non si tratta di dimostrare all’emittente che il destinatario ha capito ma di convincersi che non capiremo mai la stessa cosa e che è necessario avvicinarsi molto per capirsi meglio. Il primo step è cercare di ascoltare i pensieri  e i sentimenti che stanno alla base di ciò che viene detto, il secondo è rivedere il ragionamento a monte, utilizzando l’ascolto come fattore chiave del linguaggio. Se è ovvio, infatti, che parliamo per essere ascoltati, è altrettanto ovvio che una comunicazione è efficace solo quando è ascoltata efficacemente. L’ascolto è necessario alla parola, che riuscirà ad essere interpretata verosimilmente dall’altro quanto più, chi parla, sarà in grado di farla corrisponde con le preoccupazioni di chi ascolta. In tal senso possiamo dire che l’ascolto è la precondizione di qualsiasi relazione soddisfacente.

Bla hablaLA BRECCIA DELL’ASCOLTO

L’ascolto, nella misura in cui è un’interpretazione, è sempre un’approssimazione, più o meno precisa, rispetto alla realtà esperita. Solo riconoscendo questa breccia, gap o divario, talora abissale, possiamo adoperarci per ridurne lo scarto. Non è così facile entrare in contatto con questo baratro, accettare questa solitudine percettiva, abitare questa distanza riempiendola di vita senza mai riuscire a colmarla. Eppure il bello è proprio l’incontro, bellum, che senza diventare scontro mantiene le diversità offrendo nuove modalità di convivenza nella differenza. Quando il capire com-prendendo diventa sofocante si può provare a farlo dis-cernendo, ossia separando. In questi casi distinguere diventa fondamentale per spiegare e poi, eventualmente, riavvicinare senza illudersi di arrivare a coincidere pienamente.

In che modo tutto ciò diventa possible? L’ontologia del Linguaggio fa riferimento a due atteggiamenti da utilizzare per cercare di trasformare i limiti, che definiscono l’identità di ognuno, in opportunità:

  • Il primo è quello di riconoscere l’esistenza di questo divario e imparare a rispettare le differenze che inevitabilmente emergeranno da qualsiasi relazione.
  • Il secondo è prendersi cura di questa distanza, fare una sorta di monitoraggio e gestione di questo crepaccio e assicurarci che non raggiunga dimensioni critiche.

Non è semplice quanto sembra, proprio perchè si tratta di gestire la dualità del diaolgo. Ognuno può scegliere se utilizzare la testa ed escogitare la tecnica a lui più congeniale, o aprirsi al sentire focalizzando l’attenzione sulla breccia e sull’emozione connessa con il prendersi cura di un qualcosa solo parzialmente controllabile.  Nei prossimi articoli cercherò di proporvi ulteriori riferimenti, per ora vi lascio alla ricerca del vostro Satori…

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Gennaio

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Buon anno a tutti e a tutte!! Dopo il mese di Settembre eccoci arrivati a Gennaio.

Arrivati? Ma come, se è vero che da questo mese si inizia, si dovrebbe dire partiti? D’altronde quando Numa Pompilio, intorno alla seconda metà del 700 a.c., aggiunse questo mese al calendario per rendere l’anno uguale a quello solare, si ispirò a Giano (latino: Ianus), il dio degli inizi, materiali e immateriali, il dio della porta, colui che può guardare sia all’interno che all’esterno. Questa divinità, tra le più antiche e importanti della religione romana, latina e italica, mi fa pensare a Eleguà, una delle divinità più rispettate nella religione Yoruba, colui che apre e chiude le porte. Sia Giano che Eleguà sono figure duplici, ambivalenti, nel senso che possono essere agite da due lati (amb-agere), e quindi possiedono più sensi di lettura.Giano Elegua

  • Ianus è “bifrons”, ossia bifronte, può guardare quindi sia al passato che al futuro, ed è anche “Cerus”, ossia creatore, colui che plasma e governa ogni cosa. In tal senso Giano mi fa venire in mente il cambiamento di prospettiva che da il tempo. A tal proposito consiglio vivamente la lettura della simpatica storiella del contadino cinese a cui scappò il cavallo dalla stalla.
  • Eleguà “abre el camino”, ossia detiene le chiavi del destino degli uomini, liberando la strada dalle erbacce con il suo bastone a uncino, “garabato”, ed è anche un provocatore che lancia messaggi ambigui con il suo cappello per metà nero e per metà rosso: fa dividere le persone fra quelli convinti di averlo visto rosso piuttosto che nero. In tal senso mi fa venire in mente l’incredibile potenza della capacità narrativa dell’uomo, uno strumento in grado di trasformare e creare la realtà.

Ma insomma com’è iniziato quest’anno, bene  o male?

Dopo questa introduzione mi risulta impossibile rispondere. Non so più se quello che accade è una disgrazia o una fortuna. Il cappello è rosso o nero? Come sarà quella sera di capodanno rivista in un altro momento o da un altro punto di vista? L’unica risposta è forse quella di scriverla seguendo come me la sono raccontata.  Ecco, solo ora mi sento pronto a darvi la mia versione di questo capodanno 2016.

Alle ore 23:57 ero in macchina con la mia compagna. Guidavo per le vie di Milano diretto alla Fabbrica del Vapore, non sapendo se saremmo arrivati in tempo per il brindisi. La festa, neanche a farlo a posta, si intitolava “La fabbrica del dialogo”. Alle 23:58 eravamo in viale Certosa, alla radio Caparezza in concerto a Milano, iniziava il conto alla rovescia in gemellaggio con il concerto del Circo Massimo di Roma. Alle 23:59 abbiamo deciso di parcheggiare, siamo scesi dalla macchina e alle 00:00, che poi forse erano le 00:03, abbiamo stappato la bottiglia di Spumante che ci eravamo portati da casa, per versarlo in due magnifici flûtes di plastica. In cielo i fuochi d’artificio della città, quelli più grandi delle piazze limitrofe e quelli più piccoli dei singoli cittadini. Affianco a noi, pochi metri più avanti, una famiglia di filippini, forse cingalesi, più probabilmente sud americani, utilizzavano le rotaie del tram come piazza d’armi. Sguardi, baci, abbracci, brindisi, commozione, silenzio, parole, freddo, abbracci, brindisi, sguardi, silenzio… Si riparte dal 2016, in macchina. Arriviamo alla Fabbrica del Vapore, il posto è grande e ospita più feste. Quella del Dialogo è carina, italo-africana, ma qualcosa ci spinge a fare un giro. Approdiamo ad una festa privata, 30€ incluso concerto, consumazione e buttafuori. Facciamo gli auguri al buttafuori e andiamo oltre. Un primo piano è illuminato e popolato, c’è una porta con delle scale, saliamo e una delle due porte tagliafuoco è aperta. Entriamo, persone, sedute a piccoli gruppi. Ci presentiamo come imbucati curiosi e loro come dipendenti di una casa di produzione audiovisiva. Cercando su internet, ora, non ho ancora capito se siamo stati alla showbiz, alla produzionevideomilano, allo Studio Azzurro, alla Super8milano, tutte aziende audiovideo che sembrano risiedere in via Procaccini 4, BINGO!

Com’è andata? Io sono stato bene perché è stata una serata “presa” così come veniva e, a raccontarla ora colgo tante perle. Il viaggio verso il domani con la mia compagna, il gemellaggio Roma-Milano, l’atmosfera festosa tra la gente, l’esplorazione giocosa, le aziende audiovideo, ecc. Potrebbe essere questo il messaggio di Gennaio, lasciare che le cose vengano come vengano. Lasciare il controllo quando mi rendo conto che non posso cambiare né gli altri né gli eventi, e posso solo cambiare il mio modo di percepire. Sperimentarsi nel presente, consapevoli del passato e della futuro, di chi siamo e di cosa vogliamo. No stress, please, take it easy! Questo non significa non progettare nulla, in fin dei conti noi avevamo programmato di andare alla festa, ma abbiamo lasciato le porte aperte al presente, senza affannarci per rispettare il planning. A livello professionale, invece, potrebbe tradursi nel saper aggiornare i propri sforzi per raggiungere il risultato, dando prova di flessibilità e capacità di interrompere un comportamento divenuto sterile. Che ne dite? Vi convince l’abduzione? A me, per ora, la storia che mi sto raccontando sembra geniale, magari la posso far continuare proponendomi in alcune di quelle aziende audiovisive. Me la sto raccontando? Sarà lo champagne? Vedremo…

In ogni modo buon anno a tutti e a tutte e che Ianus ed Eleguà siano con voi….

capodanno 123Fiochi albori rasentano la strada,

rigido è il biancospino ai tetti ameni

delle ville deserte, un’eco solo

della lor vita rompono i latrati

la pace della notte: ecco, una lampada,

che nessuno ha sospeso, arde, scintilla

a un ignoto balcone.

E dai palazzi strascica nel lume

di luna una lontana

brigata, un soffio di scirocco porta

rumore di fontane

da una valle scoscesa tra gli ulivi.

Frammenti di bei giorni illuminati

e di prati portati via dal vento

risorgono indecisi. Sarà giorno…

Altre luci più rosa già al crepuscolo

son prossime, a me care

anime nel fruscio

degli alberi sorridono in segreto.

Gennaio, A. Parronchi

PS
Un ultima considerazione la dedico all’ormai passato 2015. Mi sarebbe piaciuto trovare dei dati su internet per scrivere un bilancio dell’anno ma non ho trovato nulla di pre-lavorato. E’ strano ma la comunicazione di massa, sempre attenta a proporre una tragedia dopo l’altra, sembra avere delle difficoltà ad offrire una visione d’insieme sulla situazione del pianeta. Sarebbe cosa gradita se qualcuno di voi trovasse un link con un resoconto globale per l’anno 2015, o anche sugli anni addietro… Per ora immagino una storia su un complotto mediatico per l’assuefazione delle masse attraverso un continuo diversivo di notizie nuove, studiato appositamente per non arrivare mai al dunque. Ovviamente in questa storia i dati che cerco sono scomodi, come succede con la pubblicazione delle percentuali sui tassi nazionali di suicidio. E’ per questo che dicono che gli svedesi si suicidano di più, perché sono gli unici a pubblicarle….
To be continued
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Informe 2015 sobre el año 2015 de este blog

Dos palabras para dar una idea de los numeros de este blog:

La sala de conciertos de la Ópera de Sydney contiene 2.700 personas. Este blog ha sido visto cerca de 10.000 veces en 2015. Si fuera un concierto en el Sydney Opera House, se se necesitarían alrededor de 4 presentaciones con entradas agotadas para que todos lo vean.

Haz click para ver el reporte completo.

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Cycles naturels et plans de développement

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Il est bien connu que le cycle de vie, en biologie, représente une métaphore qui peut s’adapter à chaque cycle de développement, naturel et artificiel. Plusieurs stratégies d’entreprise s’en inspirent pour implémenter leur business.visuel_cycle_de_vie_sans_logo

Il y en a beaucoup parmi lesquelles choisir. Ce que je vous propose aujourd’hui c’est une abduction à propos du cycle bio-géo-chimique des plantes.

La raison c’est que la succession de phases qui composent la vie complète d’un organisme vivant est très fiable car elle a été perfectionnée par l’évolution à travers des milliers d’années, grâce à des tests empiriques répétés génération après génération.

Pas de soucis, je n’irai pas parler du cycle de l’eau, du carbone, de l’azote, de l’oxygène, du soufre, du phosphore et de la biosphère. De la même manière que on fait avec les enfants pour leur expliquer comment on fait les bébé, je vais vous expliquer le rôle des abeilles et des fleurs…

Les éléments présents dans la nature sont en perpétuel mouvement mais chaque chose a son temps. Pour les animaux c’est moins évident mais ils peuvent/doivent profiter du timing des saisons. Le temps avance naturellement, sans cesse: été, hiver, automne, printemps, été, hiver, automne, printemps…saisons

Petit à petit, la plante grandit. Au germe peu importe la grandeur maximale qui peut rejoindre son espèce, la chose la plus importante pour lui c’est ne pas mourir et donc ne pas perdre son cycle naturel de croissance! Il y a un temps pour la germination, pour la vegetation, pour la floraison, pour la pollination et pour la fructification. On n’est pas toujours une fleur comme on ne vit pas toujours en été!

Différemment la plante va se stresser trop, en épuiser sa sève.

Bien profiter de tous les moments donne du sens au cycle et à ses différents phases. Les feuilles naissent et meurent, comme les fruits, les branches poussent et se fanent, les insectes aident et perturbent, les amants écrivent leur nom sur l’écorce, et ainsi de suite.

Pour rendre un projet génératif il faut faire pareille. Connaître l’identité de notre plante, nos limites et nos ressources, les dangers et les possibilités et suivre un cycle circulaire de croissance. La vie c’est dans l’interaction avec les éléments naturels, animaux inclus.   Pour la pollinisation, par exemple, il faut des abeilles, et voilà le réseau de nos collaborateurs, usagers, clients. Mais on peut polliniser tout seul, en laissant que soit le vent à faire bouger les fleurs.

Le fruit de votre travail sera un produit, un service ou un événement, le premier résultat de votre travail. Il sera, de toute façon, un moment de saisi et de goûter du public. De même que pour la pollinisation, vous pouvez semer avec l’aide de quelqu’un, en vous laissant manger, ou tout seul, en créant des graines qui peuvent exploiter la puissance du vent. La récolte, donc, peut être spontanée ou artificielle, peu importe. L’important c’est  le résultat, ça veut dire donner du sens aux graines. En effet, chaque personne qui a goûté les fruits est un porteur potentiel des graines.

schéma du cycle de vie du coquelicot, plante annuelle

L’objectif suivant, à ce moment là, sera de préparer le terrain pour accueillir les graines et travailler sur les résultats secondaires de votre travail, la séparation des germes.

L’acte génératif doit être considéré comme un stimulant nécessaire parce que les germes puissent se transformer en projet à promouvoir à travers des fleurs, etc, etc.

Et le voilà, le cycle naturel comme plan de développement d’un projet. Il s’agit d’un style d’adaptation basé sur l’ici et maintenant et pas trop d’un perfectionniste à court terme. Il est nécessaire un développement durable, ou il faut répéter plusieurs cycles au lieu d’imaginer une croissance linéaire et progressive de l’imperfection à l’excellence.

Ce n’est qu’un style, peut-être quelqu’un aura l’habitude à avancer tout droit vers la perfection, pour ne sortir en scène que quand la préparation est satisfaisante. Processo farfalla

Dans mes discours, je ne parle pas de bonne ou de mauvaise méthode, de vraie ou faux, mieux ou pire, je vous ne propose que des différentes options à choisir.

Changer de méthode signifie se donner la possibilité de changer les résultats. Dans un moment d’impasse, lorsque les anciennes stratégies semblent être plus utiles, donc, je vous invite à essayer de faire différemment. Qui vous êtes aujourd’hui, un coquelicot ou un papillon?

Le choix est à vous, faites vos jeux!

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Un “team building” cinematografico

Il termine “Team building”  indica un insieme di attività formative esperienziali, utilizzate soprattutto in campo aziendale, per la costruzione, ricostruzione o ricreazione di un gruppo. Le modalità di applicazione variano molto, possono essere indoor o outdoor, coinvolgere equipe omogenee o eterogenee, già costituite o meno, e via dicendo. A seconda della prevalenza dell’aspetto ludico, esperienziale e/o di benessere, tali esperienze vengono chiamate anche “Team game”, “Team experience” o “Team wellbeing”. Che si tratti di un gioco di simulazione, di un atelier di cucina o di una circuito termale in una Spa,  la funzione è comunque quella di migliorare la conoscenza di sé, la comunicazione e la creatività.

Manager 01Oggi vi parlerò di una team experience di tipo cinematografico che si è svolta a Roma, nella quanto mai appropriata cornice degli Studios di Cinecittà.

Per questioni di privacy manterrò l’anonimato sul nome dell’azienda di formazione, sul committente e sull’identità dei partecipanti (come vedete, nelle foto appaiono mascherati).

Quello che posso dire è che l’esperienza audiovisiva ha coinvolto l’area commerciale di una grande impresa italiana, prossima alla fusione. L’obiettivo esplicitato era quello di un incentive per l’aggregazione delle filiali regionali intorno ai nuovi valori aziendali nazionali, rilanciando una vision e delle opportunità di un futuro comune. Un sotto obiettivo riguardava l’osservazione e la valutazione delle competenze aziendali distintive e strategiche. L’attività espressiva e ricreativa ha coinvolto più gruppi di lavoro e si è svolta con l’aiuto di vari trainer, tra cui il sottoscritto, con il compito di aiutare ogni team a divenire una vera e propria troupe cinematografica, autonoma.  A tal fine, Manager 02durante il lavoro di produzione cinematografica, le persone coinvolte, oltre a dover ideare una storia attraverso un brainstorming, hanno dovuto assegnarsi dei ruoli cinematografici per l’adempimento di specifiche responsabilità. Ogni gruppo era composto da un regista, uno sceneggiatore, uno storyboarder, un costumista, uno scenografo e un time keeper. Il ruolo del cameraman poteva essere svolto da una o più persone del gruppo, a seconda delle esigenze di ripresa. Ogni gruppo era dotato, infatti, di una telecamera entry level, ossia di bassa qualità, da usare solo alla fine dell’attività e mediante la quale realizzare un unico piano sequenza di 30 secondi. Unico nel vero senso della parola in quanto, una volta registrata la scena, era severamente vietato poter registrare un secondo Ciak. Come si dice in gergo: “buona la prima”!

Il team building, escludendo l’accoglienza e l’allineamento con il cliente sullo svolgimento della giornata, l’allestimento dell’esperienza, il pranzo e il sopralluogo, è durato in totale 2 ore e 30 minuti, compreso il debriefing di gruppo, la visione in plenaria e i saluti finali.manager 03

Il mio compito, come psicologo, è stato principalmente quello di facilitare l’insieme delle operazioni di training e di occuparmi dell’osservazione e valutazione delle competenze strategiche indicatemi.

Come art-counselor ho cercato di introdurre il mio gruppo al concetto di mediazione artistica come modalità per cercare di andare oltre l’esperienza ludica e relazionale, utilizzando la narrazione per immagini come mezzo analogico attraverso cui dare forma alla propria esperienza aziendale. Il video realizzato, seppur breve, rappresenta comunque e a tutti gli effetti un momento prezioso in cui i partecipanti reinterpretano la propria esistenza, dando origine a nuove rappresentazioni narrative di sé, della propria professione e del mondo del lavoro in cui sono quotidianamente immersi. Manager 4L’aspetto ludico dell’umorismo o del simulacro, a volte scanzonato o perfino demenziale, non è un ostacolo rispetto alla funzionalità dello strumento, anzi è parte portante dell’esperienza perché permette di prendere le distanze da ciò che si fa e trovare la propria distanza abitabile (Rovatti, 2007), quella da cui risulta più comodo agire, vedersi e rivedersi. Quello che a volte può risultare d’intralcio è il perdurare di questa modalità anche durante il momento di debriefing. In questo caso, tuttavia, il valore di incentive era più alto rispetto a quello formativo, ed ho quindi proceduto a mantenere un atteggiamento semi-serio.

Il gioco, come direbbe Donald Winnicott, se giocato seriamente crea un’atmosfera semi-reale in cui ci è possibile sentirsi più spontanei e autentici, liberi di esprimere sensazioni, emozioni, ricordi, opinioni, richieste e via dicendo, perché si è autorizzati a farlo dall’esterno. Tutto questo materiale, più o meno conscio, non essendo così accuratamente controllato, filtrato e selezionato come normalmente avviene nella vita reale di ognuno di noi, rappresenta una materia grezza ricca di informazioni pregiate. Quando le persone agiscono “come se” o “facendo finta che” la situazione vissuta sia reale, normalmente dimostrano una maggiore naturalezza, semplicità, sincerità e schiettezza. Manager 5Così come il potere della simulazione è quello di creare un contesto protetto, in cui si è responsabili ma “per finta”, allo stesso modo l’arte, in quanto rappresentazione artificiale del reale, è un artifizio attraverso cui rendere più semplice l’espressione di alcune parti di sé, spesso vincolate a emozioni represse, quasi rimosse e dalle quali, per qualche motivo, ci si sente minacciati. In questi contesti l’interesse di queste trasgressioni limitate e simboliche, non è l’analisi del perché avvengano, ma l’osservazione del cosa avviene e come.

Ecco perché il debriefing diventa fondamentale per rendere produttiva al massimo l’esperienza, trasformando le testimonianze e i commenti di ognuno in spunti di riflessione analogica e abduttiva rispetto alle dinamiche di lavoro della vita reale. Dalla revisione del prodotto artistico è possibile cogliere, infatti, nuove informazioni utili per la riformulazione delle domande e/o delle risposte relative al settore e alla professione in questione. In questo senso la mediazione artistica ha tutte le potenzialità per essere annoverata, senza alcuno sconto, fra le tecniche di counseling aziendale.

Manager 7La traccia video è un’ impronta di un’impresa affrontata da un gruppo di persone per un determinato scopo.  Questo oggetto posto di fronte a chi lo guarda rappresenta, per gli autori-attori, sia un ob-iectum che un sub-iectum. Quando viene proiettato sullo schermo e quindi, in un certo senso, lo si guarda dalla stessa prospettiva, mantiene l’insieme delle soggettività e dei differenti punti di vista dei suoi creatori. La modalità cinematografica, rispetto ad altre forme di simulazione o drammatizzazione, permette di visionare ciò che è stato fatto in maniera millimetrica. Riveder-lo permette allora di coglierne il senso globale, ritrovando le parti nel tutto e il tutto nelle parti. Riveder-si, tornare indietro, riandare avanti, permette invece di riesaminarsi, di valutare il risultato rispetto al suo avvicinamento o scostamento dall’obiettivo comune o dall’aspettativa posta su di sé, sugli altri o sul prodotto finale.  Manager 8Il divario esistente tra ciò che si vede e si prova, tra ciò che si è detto e come lo si ascolta, tra l’immagine quotidiana dell’azienda e quella che emerge nel qui e ora, crea un ulteriore spazio di creatività. Dopo la creazione dell’opera è come se la creatura prendesse vita, diventando qualcos’altro. Questa diversità rappresenta quello che Fritz Perls chiamava “vuoto fertile”, o che Leon Festinger e Milton Erickson intendevano con il concetto di “dissonanza cognitiva”. Come afferma Oliviero Rossi, questo spazio evocativo tra l’io/spettatore e il me/immagine, può essere vissuto in vari modi, non sempre piacevoli. Il vuoto, l’ignoto, a volte fa paura, perché genera incertezza, solitudine e un senso di abbandono. Altre volte, invece, genera curiosità, creatività e un senso di scoperta o di sfida. Questa distanza creata dalla diversità di due versioni disuguali, se ci si autorizza a viverla, ad apprezzarne il disaccordo, la discordanza e il dissenso, offre una preziosa possibilità creativa. La novità nasce dalla ricerca di una trasformazione del contrasto e del dissenso attraverso l’integrazione delle due parti in una forma diversa e dotata di senso, una differenza che da informazione, per dirla alla Gregory Bateson.

Quando il gruppo diventa pubblico e può interagire con quello che avviene sullo schermo Manager 9o sul palcoscenico, in quel momento la figura del trainer diventa l’elemento chiave per permettere questo salto nel vuoto.  La capacità di creare un setting non giudicante, dove ricevere l’appoggio del gruppo, dove le emozioni della persona siano bene accette come le sue convinzioni, dove il confronto fra le differenze individuali sia vissuto da tutti come sinonimo di crescita personale e sviluppo professionale, significa offrire una rete da circo o una corda di sicurezza mentre si cammina nel vuoto.  Se la persona si autorizza a provare a camminare sul filo di quelle piste appena accennate da quelle discrepanze, ad approfondire quegli accenni di pensiero divergente che, come diceva J.P. Guilford, è l’elemento più strettamente connesso all’atto creativo, allora potrà arrivare a scoprire qualcosa di nuovo. Al di là dell’oggettività della logica induttiva o deduttiva, la soggettività dell’abduzione permette di effettuare salti nel vuoto da notevoli distanze. Non sempre ci si riesce e non sempre si arriva a scoprire qualcosa di nuovo. A volte rimangono semplici giochi mentali, acrobatici tentativi di mettere in relazione elementi incompatibili, altre volte però rappresentano verità intime, momenti di svolta, illuminazioni inaspettate, come se, al di là del baratro, una mela di Newton fosse pronta a caderci improvvisamente in testa.

Manager 6 copia

Allo stato attuale delle cose, l’utilizzo della mediazione artistica in azienda si trova spesso limitata in situazioni come questa. Le attività di Team building, sicuramente più vicine all’animazione o a qualche sorta di beneficio sociale corporativo, hanno il merito di migliorare la qualità della vita dei dipendenti, almeno durante l’esperienza.  Il partecipare ad attività artistiche a scopo formativo è normalmente ritenuta un’idea esotica, stravagante o per lo meno inusuale, da diverse culture aziendali. Una formazione di questo tipo trova sicuramente più spazio all’interno di modalità di Outdoor Training, in cui l’uso di attività metaforiche, spesso sportive, in contesti nuovi, lontani dalla vita quotidiana, è riconosciuto come possibilità “seria” di fare esperienza sulle competenze relazionali o manageriali oggetto d’interesse. Le virgolette si debbono alla constatazione che, anche in questo caso, il confine tra momento di formazione, di socializzazione o di intrattenimento è debole e non sempre è possibile far riemergere gli aspetti più rilevanti dell’accaduto, collegando le deduzioni emerse dalla giornata outdoor alla realtà lavorativa indoor.

In ogni caso è sempre consigliabile, oltre che affidarsi a persone competenti, scegliere bene l’attività da proporre e non soffermarsi tanto sul “cosa” si fa ma sul “come” lo si fa, perché ogni attività, seppur apparentemente esotica può nascondere una perla per la tua azienda. Scegli bene, scegli Fulvi!!!

🙂

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