Quattro passi nel cambiamento

Eccoci di nuovo qui,

Come va? Qualcosa è cambiato? Avete deciso di agire o di non agire, in nome del cambiamento? Vi sono stati d’aiuto gli articoli precedenti? Tutte quelle elucubrazioni sono state funzionali? Quante parole, è vero, ma in questo articolo voglio cercare di arrivare ai fatti, non senza il vostro aiuto però. L’obiettivo è sempre quello, darvi degli strumenti utili per avvicinarvi alla vostra situazione desiderata, scegliendo quando e come agire, o non agire.

Come psicologo non amo dare consigli sul “cosa fare in caso di”, perché sono sempre più convinto che il FARE non sia sinonimo di cambiamento.

Qui di seguito presenterò 4 passi elementi alchemici (vedi articolo di settembre) che potete sperimentare per cercare di trovare la vostra strategia di cambiamento. Lo scopo è quello di ricevere da voi dei feedback sul risultato di vostre azioni future impostate secondo questa procedura.

Buona lettura e osate!

PERCEZIONE: il primo elemento del cambiamento è la percezione del presente, e quindi di voi, dello spazio/tempo in cui vivete. Non si tratta di fare considerazioni sul passato ne previsioni sul futuro ma di stare in ascolto di quello che c’è, senza giudicarlo. E’ difficile da fare ma non impossibile. Provate a mettervi in una posizione comoda, con la schiena dritta, come se un filo vi tirasse dalla testa, rilassate le spalle, ponete una mano sul cuore, l’altra sulla pancia e respirate normalmente.azione-situata-st

Iniziate a prendere consapevolezza di come state fisicamente. In un secondo momento cercate di definire la sensazione che state provando ora. Questo è il vostro presente, simile a quello in cui vivono altre persone, ma unicamente vostro. Bene, ora riportate du un foglio l’immagine del vostro presente, attraverso una frase, un disegno, un colore, quello che volete, purché sia un segno presente della percezione di come state.

BISOGNO: il secondo elemento del cambiamento riguarda la traduzione del sentore in un bisogno. Di chi e di cosa parla ciò che avete rappresentato o scritto sul foglio? Come può essere messo in relazione con cosa è buono per voi in questo momento? Cosa vi manca? Cosa vi renderebbe completi? Quali sono le vostre mancanze e i vostri desideri. Annotate le vostre considerazioni sul foglio, senza giudicare ciò che scrivete, lasciate che sia. Avere la percezione che qualcosa non va e riuscire a dargli un nome è il secondo passo per il cambiamento. La stessa considerazione, può essere rappresentata attraverso l’ormai nota teoria della Zona di Comfort.

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Quando sento che il benino inizia a essere poco per me, e che il maluccio inizia a essere troppo, allora motivo la mia azione e mi preparo a lasciare la strada vecchia per la nuova. Fin qui sembrerebbe tutto relativamente facile, ma da dove iniziare? E poi come faccio? E se qualcosa va storto? Forse era meglio prima? Insomma, perchè è così difficile cambiare?

RISCHIO: il terzo elemento del cambiamento è l’azione. Sembrerebbe automatico fare una volta che se ne sente il bisogno, tuttavia anche qui il percorso può interrompersi, e normalmente non è perchè il bisogno scompare. Siamo pieni di un mare di blocchi percettivi, emotivi e cognitivi che ci aiutano a separare il dire dal fare. A volte neanche nell’intimità del nostro mondo interiore ci autorizziamo a sentire, a provare o a pensare, manipolando la realtà per cercare di mentire a noi stessi e agli altri.

Espressioni come: “scherzi? Non vedo il problema! Nemmeno per sogno! Neanche a parlarne!” e i loro contrari “fai sul serio? Vedo solo problemi! Sogni a occhi aperti! Pensa che ne parlo in continuazione!”.

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Assumersi il rischio di attraversare il mare che separa il dire dal fare, autorizzarsi a sentire, a pensare, a dire,  permettersi il lusso di fare ciò che si vuole, è forse il passo più difficile. La miseria del fallimento, il senso di abbandono e di perdita ci aspettano sul fondo dell’abisso. Riniziare da capo, rovinarsi la reputazione, rischiare di perdere la propria posizione, forse è veramente meglio non affrontare le acque. Molte volte il freno maggiore è una questione di aspettative, l’ostinarsi a guardare attentamente solo in una direzione, nella direzione da cui mi aspetto che arrivi la risposta attesa. Aspettarsi è una forma di aspettare, e quindi, di rimanere fermi. Il rischio è qualcosa di diverso, è apertura al nuovo, dal tutto, al niente fino all’imprevisto. Questa curiosità e fiducia nelle proprie scelte ha il focus nell’agire e non nell’attendere, nel trasformare non nel conservare. Nel rischio il valore sta nell’azione e in quello che succederà. Quando nel rischio si insinua l’aspettativa si sviluppa una sorta di ludopatia, di attaccamento ad un risultato desiderato. Il rischio, inteso in tal modo, non significa casualità o azzardo, non è lanciare col dado (az-zahr), perchè anche lì ci si aspetta che esca uno dei numeri segnati sulle sue facce.  Il rischio di cui parlo è sicuramente un pericolo, come camminare su uno scoglio a picco (riscus, risigus) ma in cui la competenza, l’affidabilità e la coerenza di chi agisce possono fare la differenza. C’è casualità e causalità, in una parola stocastica. Il cambiamento, infatti, non corrisponde mai esattamente a ciò che era stato immaginato o pianificato. Ci sarà sempre qualche piccola o grande differenza, e sarà la valutazione di questa differenza a decidere la nostra soddisfazione. E se dopo aver rischiato il risultato non mi piace o non mi soddisfa?

CREATIVITA’: arriviamo in fine al quarto e ultimo passo. La creatività è saper utilizzare l’esito dell’azione, il risultato, qualunque sia. Soddisfatti o no, c’è comunque un altro presente da scoprire, in cui lanciarci nel caso di un SI o sostare nel caso di un NO.

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Questo significa che l’azione fatta, soddisfacente o no, avrà confermato o meno la nostra percezione o il nostro bisogno, il dato di fatto è che in entrambe i casi sarà avvenuta una trasformazione. A cambiare, infatti, sarà stata o la realtà o il nostro modo di essere osservatori. Dopo la mia azione il mondo non è più lo stesso e forse neanche io. Che fare ora? In che punto della nostra zona di comfort ci troviamo ora? Questa seconda distanza tra realtà e desiderio è una differenza che può essere usata in vari modi. Come dice Gregory Bateson, “la notizia di una differenza è di per sè un’informazione”. Per questo la zona di discomfort è chiamata anche zona di apprendimento, perchè adesso attraverso questa informazione ha creato uno spazio che possiamo riempire creando qualcosa di nuovo. Sta a noi farci coraggio, aprire la percezione, il cuore o la mente, e divenire terreno fertile in cui accogliere il nuovo, gradevole o sgradevole che sia. Come si dice: “Se son rose fioriranno” e poi comunque anche “dal letame nascono i fiori”. Rimane il fatto che solo voi potete rendere significative le differenze, dar senso ai segni e rischiare di cambiare, ascoltando le storie di cui sono portatori. Quel segno già non sarà lo stesso per voi, sarà un’altra cosa, forse una soddisfazione o una nuova impronta da decifrare, in ogni modo avrà lasciato un segno….

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Informazioni su marhhaba

Sono uno psicologo, gestaltista e art counselor, mi occupo principalmente di formazione, sviluppo e comunicazione personale, di gruppo e collettiva, attraverso i metodi della psicologia umanista e dell'educazione attiva. Il mio lavoro è intimo, intermittente e internazionale e ha come obiettivo principale far dialogare le relazioni di tipo mentale, con quelle emotive e fisiche che de-finiscono il nostro essere al mondo. Il risultato è riuscire a ri-vedere le cose in maniera più utile e autentica, e quindi sana. Soy un psicólogo, gestaltista y consultor expresivo. Me ocupo principalmente de formación, desarrollo y comunicación personal, grupal y colectiva, a través de los métodos de la psicología humanista y de la educación activa. Mi trabajo es íntimo, intermitente e internacional y tiene como principal objetivo crear relaciones de diálogo entre lo mental, lo emocional y el corporal, triangulación que de-fine nuestro ser en el mundo. El resultado es la posibilidad de volver a ver las cosas de una manera más útil y auténtica, y por lo tanto saludable. Je suis un psychologue, gestaltiste et conseiller expressif, je m'occupe principalement de la formation, du développement et de la communication personnelle, de groupe et collective, à travers des méthodes de la psychologie et de la éducation active. Mon travail est intime, intermittente et international et a pour objectif principal de créer des relations de dialogue entre le mental, l'émotionnel et le physique, éléments qui de-finissent notre être dans le monde. Le résultat est d'être en mesure de re-voir les choses d'une manière plus utile et authentique, et donc saine.
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